Negli ultimi tempi avrai forse sentito parlare della cosiddetta cremazione in acqua, nota anche come acquamazione. È una pratica ancora poco conosciuta ma capace di suscitare curiosità (e anche qualche perplessità). Viene spesso presentata come un’alternativa “green” alla cremazione tradizionale, ma in cosa consiste esattamente questo processo? E, soprattutto, è una pratica utilizzata in Italia oppure no?

Cos’è la cremazione in acqua e come funziona
Invece di utilizzare il fuoco, la cremazione in acqua impiega una soluzione di acqua e sostanze alcaline per ottenere la cremazione. Quindi, questa tecnica (conosciuta anche come acquamazione, biocremazione o resomazione) consiste in un processo chimico chiamato idrolisi alcalina. In pratica il corpo del defunto viene inserito in una speciale camera d’acciaio riempita con acqua e un reagente alcalino (ad esempio idrossido di potassio); il contenitore viene poi portato ad alta pressione e riscaldato a circa 150 °C. Nel corso di circa 4-6 ore, i tessuti molli si decompongono completamente, lasciando soltanto le ossa. Queste ultime vengono infine essiccate e triturate fino a ottenere una polvere finissima, cioè le ceneri, analoghe a quelle di una cremazione tradizionale.
Il processo produce anche un residuo liquido composto da composti organici semplici (aminoacidi, sali e poco altro), completamente sterile e privo di DNA, che può essere smaltito senza pericoli per l’ambiente. Una cosa molto interessante è che dispositivi medici come pacemaker o protesi metalliche vengono recuperati intatti e smaltiti a parte, evitando di disperdere nell’aria metalli potenzialmente nocivi (ad esempio il mercurio delle otturazioni dentarie).
I frammenti ossei polverizzati – più chiari e impalpabili rispetto alle ceneri ottenute col fuoco – vengono infine restituiti ai familiari in un’urna, esattamente come avviene con la cremazione convenzionale. Inoltre, è interessante notare che l’acquamazione tende a produrre una quantità leggermente maggiore di ceneri (circa il 30% in più) rispetto alla cremazione classica, perché nel processo ad acqua non viene disperso nulla nei fumi.
Perché la cremazione in acqua è considerata ecologica?
L’idea di introdurre la “cremazione in acqua” nasce dal desiderio di rendere i riti funebri più sostenibili. Negli ultimi anni l’attenzione all’ambiente è cresciuta e ci si interroga sull’impatto di ogni attività umana, perfino di ciò che accade dopo la morte. Rispetto alla cremazione tradizionale, infatti, l’acquamazione risulta molto meno inquinante sotto tanti punti di vista:
- Zero combustibili fossili e meno emissioni: il processo non richiede combustione di gas o carburanti, e di conseguenza le emissioni di gas serra (come la CO₂) sono drasticamente ridotte.
- Nessun rilascio di mercurio: eventuali amalgame dentali del defunto non vengono bruciate, evitando di liberare vapori di mercurio nell’atmosfera.
- Consumo energetico ridotto: l’energia necessaria per un ciclo di acquamazione può risultare fino al 90% inferiore rispetto a quella di una cremazione tradizionale.
- Uso efficiente dell’acqua: può sembrare controintuitivo, ma questo processo utilizza meno acqua di quanta ne consumi in un solo giorno una normale famiglia.

Inoltre, a differenza dell’inumazione (la sepoltura in terra), l’acquamazione non occupa spazio nei cimiteri e questo contribuisce a risparmiare terreno e a evitare il disboscamento necessario per ampliare le aree cimiteriali. In sostanza, scegliere la cremazione con acqua significa optare per un saluto finale decisamente più green, riducendo l’impatto ambientale senza però rinunciare alla dignità e al rispetto di una cremazione tradizionale.

Dov’è diffusa (e dove no) la cremazione in acqua
Visti i suoi potenziali benefici, verrebbe da pensare che l’acquamazione si sia già diffusa ovunque. In realtà, la sua adozione nel mondo è ancora limitata. Alcuni paesi pionieri l’hanno legalizzata già da tempo, mentre altrove le normative non permettono ancora questa pratica (o non ne affrontano proprio il tema). Ad oggi l’acquamazione è consentita solo in determinate zone:
- Stati Uniti: praticata legalmente in molte giurisdizioni statali (erano circa 20 Stati nel 2022, saliti a circa 28 Stati nel 2024).
- Canada: autorizzata in alcune province del Canada già dal 2012.
- Regno Unito: introdotta nel 2023.
- Australia: legale in alcuni stati federati australiani a partire dal 2009.
- Paesi Bassi: consentita nei Paesi Bassi (Olanda) dal 2020.
Altri Paesi: adottata anche in Sudafrica e Messico, dove è stata approvata nel 2019.
Al di fuori di queste realtà, l’acquamazione rimane non praticabile. In molti luoghi – Italia inclusa – manca ancora una legislazione ad hoc e prevale un certo scetticismo. Alcune persone, ad esempio, faticano ad accettare l’idea di “sciogliere” un corpo in un liquido e di smaltire quel liquido residuo attraverso la rete fognaria o come fertilizzante. E poi c’è anche un ostacolo economico da considerare: i macchinari per l’idrolisi alcalina hanno costi molto elevati, fatto che rende particolarmente oneroso per le imprese funebri dotarsene senza un’adeguata domanda di mercato.
La cremazione in acqua è legale in Italia?
Arriviamo dunque alla domanda cruciale: la cremazione in acqua è legale in Italia? La risposta, al momento, è no. In Italia questa pratica non è ancora consentita dalla legge. Le norme funerarie attuali contemplano solo la sepoltura tradizionale e la cremazione tramite forno crematorio; l’idrolisi alcalina dei corpi non è prevista e quindi non può essere eseguita sul territorio nazionale. In altre parole, chi oggi volesse scegliere l’acquamazione per sé o per un proprio caro, in Italia non ha (ancora) la possibilità di farlo.
Da notare che l’Italia non è l’unico paese ad essere indietro su questo fronte: in quasi tutta Europa l’acquamazione non è legale, con le poche eccezioni già citate. Nel nostro paese qualcosa però si muove: l’idea della cremazione “verde” sta iniziando a circolare, se ne parla in convegni di settore e persino tramite petizioni online volte a sollecitare una regolamentazione moderna e sostenibile dei rituali funebri. Per ora si tratta solo di discussioni, ma col crescere della sensibilità ecologica non è improbabile che in futuro anche l’Italia prenda in considerazione questa alternativa innovativa.

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